Questo è in parte un appello a non distruggere i miti d’infanzia di una generazione, e in parte un invito al ragionamento come non si possa sostenere tutto e il contrario di tutto. Parto con l’appello. I maschietti della mia generazione sono cresciuti giocando ai cowboy e agli indiani, manovrando Colt e Winchester giocattolo, vedendo film sul Far West, leggendo fumetti di Tex Willer, Capitan Miki e Grande Black. Il mio libro preferito (riletto tante volte) era “La scotennatrice”. Tifavamo per John Wayne, ma Tex Willer (alias Aquila della Notte per gli amici Navajos) ci aveva insegnato che c’erano anche gli indiani buoni. Tutto sommato siamo cresciuti bene: col passaggio all’adolescenza abbiamo sostituito le armi giocattolo non con armi vere, ma con chitarre e batterie; i cavalli a dondolo con Vespe e Lambrette; e i nostri obiettivi non sono stati più i “musi rossi” ma le labbra rosse delle nostre coetanee. E lo scoutismo ci aveva già fatto innamorare della cultura dei nativi americani. Fremiamo ancora quando in tivvù vediamo John Wayne estrarre la sua Colt, ma in libreria abbiamo ancora l’autobiografia di Geronimo, il grande capo Apache.

L’appello è: per favore, non demonizzate - in ossequio al solito politicamente corretto del piffero – quell’epopea che ci ha fatto sognare da piccoli. E’ vero che i “visi pallidi” uccidevano i “musi rossi” e viceversa, ma se pretendessimo di cancellare la storia che ha visto anche guerre e violenze, l’umanità non potrebbe stampare più un solo libro di storia. Quindi, vi prego: rinunciate a tentare di farci venire sensi di colpa che non abbiamo.

Veniamo al ragionamento. Oggi siamo arrivati – sempre a proposito dell’epopea western – all’assurdo che le mammolette della sinistra statunitense vanno distruggendo le statue del nostro grande esploratore Cristoforo Colombo e hanno boicottato persino il Columbus Day. Motivazione? Cristoforo Colombo sarebbe colpevole di aver… scoperto l’America, provocando così l’arrivo in massa di colonizzatori europei e lo sterminio dei nativi.

Viene solo da ridere al pensiero che questi nobilissimi difensori a posteriori del popolo rosso, più che distruggere qualche statua di Cristoforo Colombo, dovrebbero stramaledire i loro avi, perché la stragrande maggioranza degli statunitensi ha nell’albo di famiglia quegli ex inglesi, irlandesi, scozzesi, olandesi, tedeschi, polacchi, eccetera (l’emigrazione italiana arrivò dopo) che sterminarono quasi completamente quel popolo impropriamente chiamato “indiano”. Affare analogo fecero, in Centro e Sud America, spagnoli e portoghesi.

E qui concludo con una amara riflessione. Nel caso dell’America, gli alfieri del politicamente corretto (che coincidono con la sinistra…) stanno decisamente dalla parte dei nativi – anche a costo di disconoscere le proprie radici e i propri avi – e aspramente contro l’ “invasione di popolo” attuata dagli uomini e dalle donne provenienti da un altro continente, quello europeo. Ma, venendo alla storia dei nostri giorni, gli stessi alfieri dei nativi americani prendono posizione decisamente contro i “nativi europei” – che siamo noi – invasi da popoli di altri continenti; e si schierano con tutto l’ardore possibile a favore dei nuovi colonizzatori africani, mediorientali e asiatici i quali, come i “visi pallidi” di vecchia memoria, tentano di sostituire il vecchio popolo – noi nativi europei – con il nuovo (il loro) popolo.

E se volete obiettare che questi non ci sparano addosso col Winchester, io obietto che anche noi non li trafiggiamo con le frecce e, soprattutto, non li scotenniamo. Anzi, offriamo loro alberghi, cibo e cellulari. Altro che perline e puzzolenti kalumet!

Antonio Biella

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