“TARANTA” PATRIMONIO DELL’UMANITA’, MA DI TARANTO OVVERO DI TARAS-

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E’ di poche ore la notizia della considerazione del ballo della “Taranta” quale esempio vivo e forte di quanto le tradizioni possano trovare spazio anche nel racconto ai giovani e alle nuove generazioni.

Un ballo da considerare espressione viva della capacità di valorizzare il patrimonio culturale, motivo per il quale, con la Fondazione della Notte della Taranta, è stato stabilito e deciso di procedere al percorso del suo riconoscimento a livello universale quale patrimonio dell’Umanità.

Tutto sarebbe lecito e condivisibile tranne un particolare: che la Taranta è anche un ballo della Grecia Salentina ma non è solo un ballo della Grecìa Salentina.

Ed per questo che appare quanto mai inopportuno e fuor di luogo il tentativo, anticipato dal Sottosegretario del ministero dei Beni Culturali Lucia Borgonzoni, di riconoscere il fenomeno e di legarlo ad un unico territorio che lo ha sicuramente conservato ma che non lo ha mai visto nascere.

Non per caso non prende il nome da Galatina, ma da Taranto.

Non si tratta di esercizio di campanilismo, bensì di rispetto delle verità storiche, antropologiche, sociali e scientifiche, ma anche, e soprattutto, di quelle territoriali legate ad un fenomeno molto più vasto e complesso di quanto si vorrebbe lasciar intendere per speculativi intenti commerciali.

La “Taranta” non è mai stata un fenomeno limitato alla sola provincia di Lecce né ha visto come luogo di origine la stessa Grecìa salentina, così come erroneamente ipotizzato in passato da alcuni illustri autori i cui studi sono stati più volte oggetto di contestazioni e revisione da parte dei ricercatori più moderni ed aggiornati.

San Paolo delle tarantate, tanto per fare un esempio, a Galatina non ha mai messo piede e le campagne periferiche della Grecìa un tempo erano provincia di Taranto e non di Lecce.

La torre di difesa di Gallipoli, è giusto ricordarlo ad alcuni finti smemorati, fu eretta da Archita di Taranto (Gallipoli era infatti uno scalo commerciale di Taranto).

I cugini salentini conserveranno per sempre l’innegabile merito e valore di aver salvato dall’estinzione e dall’oblio la più importante ed universale tradizione meridionale e pugliese, tuttavia, questo loro merito non dovrebbe però mai tradursi nel pretestuoso tentativo di legare una così grande eredità ad una specifica ed unica provincia, né tanto meno ad una attività fortemente alterata nella forma e nella sostanza tanto da essere oggetto di feroci contestazioni da parte dei principali intellettuali del Salento che ne erano stati i diretti ispiratori. Quegli stessi grandi nomi della cultura salentina animati dal nobile obiettivo di indurne il recupero e che non hanno avuto alcuna remora a dissociarsi pubblicamente dalle degenerazioni che il programma di diffusione ha assunto nel corso degli anni.

Ed hanno fatto bene. Non siamo stati pertanto noi tarantini a dirlo per primi, ma di Taranta a Melpignao è rimasto ben poco perché le originarie pratiche popolari della danza e della iatromusica, per motivi economici e speculativi hanno perso, gradualmente, il carattere e la sontuosità della originaria ritualità e religiosità tarantina.

I tarantini invece sono sempre stati, anche se in sordina, i primi e veri custodi dell’antica tradizione perché tutte le formule originarie e caratteristiche della Taranta (riguardanti i vestiti, gli oggetti, le azioni ed i simboli propri della ritualità) sono state diffuse dai tarantini in tutta l’Italia meridionale e sempre per lo stesso motivo la dichiarazione di Patrimonio dell’Umanità dovrebbe avvenire nella patria naturale della Taranta e cioè nella città dei due mari e non altrove.

Ad onor di verità, bisognerebbe ricordare che tali incommensurabili e spiacevoli equivoci non sono di responsabilità delle autorità salentine o romane, bensì della grande assenza e del colpevole silenzio degli intellettuali e degli accademici tarantini i quali mai si sono mostrati in grado, salvo  rare eccezioni, di narrare e valorizzare il principale patrimonio culturale immateriale della propria città.

Gli operatori culturali tarantini farebbero perciò bene a tornare al più presto all’altezza del proprio compito ed a prendere il buon esempio dai docenti universitari e dagli studiosi di Lecce i quali, al contrario, si sono sempre dimostrati onesti e competenti in materia, perché non hanno avuto difficoltà a dichiarare che gli antecedenti della Taranta non sono medioevali ma magnogreci, e non sono leccesi, bensì tarantini.

La “Taranta” fa parte di una antichissima tradizione misterica mediterranea: una immensa e ancora non del tutto compresa eredità che esprime il segreto rivoluzionario del cammino e del destino dell’umanità. L’impero romano prima e la chiesa cristiana di Roma dopo avevano tentato più volte di sopprimerla e di estirparla, anche con la condanna a morte e la persecuzione, ma la Taranta è ancora viva nelle viscere di Taranto: i segni, i caratteri originari sono presenti ancora oggi in alcune pratiche comuni della vita cittadina ed alcune persone fortunatamente ne conoscono ancora il senso e ne tramandano sommessamente gli elementi che riguardano il più arcaico mistero dell’uomo e della sua terra.

Allora diamo a Taras quello che è di Taras. Ben venga il riconoscimento della “Taranta” da parte dell’Unesco come patrimonio dell’Umanità, di cui custode dev’essere per onestà culturale TARAS.

Quando le ricerche saranno del tutto concluse, si darà l’ufficialità in ordine all’antico segreto della “Taranta”, custodito solo a Taranto.

Pertanto, chiediamo agli Organi preposti dell’Unesco di sospendere qualsiasi richiesta di riconoscimento della Taranta come Patrimonio dell’Umanità, erroneamente considerata di cultura medioevale leccese, in attesa della pubblicazione degli studi più accurati ed aggiornati.

Il Coordinatore

Avv. Nicola Russo