LA VERITA’ SULLA VITA PUO’ OFFENDERE?

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E’ davvero paradossale. Una onlus, la Provita, fa propaganda per la vita e contro l’aborto e si scatena un putiferio. Questa società è davvero diventata un manicomio perché chi sostiene la morte attraverso l’aborto (che è legale) o attraverso l’eutanasia (illegale) viene trattato come un eroe; mentre chi inneggia alla vita viene attaccato in massa come fosse…un assassino.

L’altro giorno, su un edificio del quartiere Aurelio di Roma, è stato affisso un maxicartellone della onlus Provita che mostra la foto di un embrione di undici settimane (due mesi e mezzo) già bello e formato, che si succhia il pollice. Emblematiche le due scritte in alto e in basso: “Tu eri così a 11 settimane”; e poi “E ora sei qui perché tua madre non ti ha abortito”.  Sulla foto dell’embrione, tre precisazioni: “Tutti i tuoi organi erano presenti”, ”Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento”, e la meno scientifica ma più tenera: “Già ti succhiavi il pollice”.

C’è da non crederci, ma sono insorti in tanti contro quel manifesto: il Comune di Roma –  a guida grillina – ha annunciato non si capisce quali provvedimenti; il Pd della capitale ha annunciato che chiederà l’immediata rimozione; sigle femministe scatenate; social impazziti. Insomma, la solita orchestrazione para-comunista contro un manifesto che dice una semplice verità, che fa cultura di vita, che non chiede di abolire la legge 194 che da quarant’anni legalizza l’aborto, ma chiede solo alle future mamme di pensarci e pensarci col cuore.

Secondo le consigliere romane del Pd, quel manifesto sarebbe “lesivo delle libertà altrui”. Dalla qual cosa si evince che quando non si sa cosa dire si tirano fuori a sproposito parole come “lesivo della libertà, urta la sensibilità, crea turbamento”.

Caterina Caselli negli anni Sessanta cantava: “La verità ti fa male, lo so…”

 

GALEOTTA LA LAVANDA DEI PIEDI

A Manduria, grosso centro in provincia di Taranto, è successo un putiferio il Giovedì Santo a causa della messa in Coena Domini, per via della tradizionale lavanda dei piedi. Due frati che condividevano una parrocchia del paese, quella di San Michele Arcangelo, si sono scontrati verbalmente: uno, padre Gabriele di 76 anni, voleva lavare i piedi a dodici immigrati; l’altro, padre Leonardo, si è decisamente opposto. L’Ordine a cui i due sacerdoti appartengono li ha trasferiti immediatamente entrambi: uno a Napoli, l’altro a Vicenza.

Sulla vicenda è possibile fare un paio di considerazioni. La prima è che il rito della lavanda dei piedi viene dal Vangelo e l’episodio è preciso: durante l’ultima cena, Cristo – in segno di umiltà e servizio – lavò i piedi ai suoi dodici apostoli. Pochi giorni prima era entrato in Gerusalemme tra ali di folla: avrebbe potuto scegliere di lavare i piedi ai suoi stessi nemici, a prostitute, a ebrei ortodossi, eccetera, ma per questo preciso gesto scelse i suoi dodici apostoli come trasmissione del servizio nella Chiesa. E ancor oggi, per la Chiesa cattolica, i vescovi sono successori di quegli apostoli.

La seconda considerazione è un po’ amara: se l’esempio viene da Papa Francesco che quest’anno ha lavato i piedi anche a due musulmani e a un buddista, quindi senza alcuna aderenza alla parola del Vangelo, cosa ci si può aspettare da qualche vecchio fraticello di campagna?

Antonio Biella